Hume, filosofo scozzese contemporaneo a Locke e a Hobbes, voleva rifondare la scienza dell'uomo attraverso un nuovo approccio ai problemi filosofici che rendeva consapevoli della fragilità e dell'incoerenza dei sistemi più accreditati. Egli dava più importanza all'eloquenza rispetto che alla ragione, questo perché dal suo punto di vista la scienza sperimentale permetteva il progresso, dato che tutte le conoscenza dipendono dalla natura umana.
Il filosofo basava questo suo pensiero sul fatto che dalle impressioni, ovvero le percezioni attuali, dessero vita alle idee, delle immagini illanguidite dalle impressioni riconducibili alle impressioni originarie. Le idee astratte della metafisica sono quindi costruzioni arbitrarie senza fondamento non riconducibili all'esperienza percettiva.
Le idee si associano tra loro per un principio di associazione che prevede la combinazione della memoria, cioè la conservazione dell'ordine e della posizione delle idee semplici, con l'immaginazione, ossia lo stabilire relazioni tra idee con una certa libertà. Tuttavia la nostra amente agisce per schemi fissi: il principio di associazione delle idee, che attrae idee per somiglianza, contiguità e relazione causa-effetto tra loro.
Questo principio da vita alle idee complesse. Queste possono nascere da relazioni tra idee con derivazioni reciproche a priori, come le verità matematiche, o tra dati di fatto; queste fanno conto sulla probabilità e sulla verifica empirica e quindi sono possibili ma non necessarie.
Hume analizza l'idea di causa, cruciale nell'indagine filosofica, e rimanda tutto all'esperienza, infatti dopo A viene B, e alla tendenza dell'immaginazione a combinarsi con l'abitudine, che danno frutto alla contiguità e alla successione delle cose con un salto logico arbitrario.
Le sue argomentazioni si basano quindi sull'esperienza continua e successiva con il contributo dell'immaginazione e dell'abitudine per creare collegamenti, ma solo nella nostra testa, in quanto la relazione causa-effetto è anche soggettiva.
L'abitudine è un aspetto fondamentale per Hume. Infatti per lui l'esperienza non garantisce l'uniformità del corso della natura e solo l'abitudine può reggere un mondo fisico con i suoi principi universali. Quindi il sapere scientifico classifica le regolarità già osservate per fare previsioni probabili.
L'abitudine può essere considerata una credenza, un sentimento naturale, che ci orienta nella vita, in base a cui agiamo ma senza certezze con la presenza delle nostre percezioni.
Hume critica l'idea di sostanza. Egli sostiene che per quanto riguarda la sostanza materiale la nostra mente percepisce solo le impressioni delle singole qualità delle cose e l'errore sta nel fatto che non consideriamo la sostanza come una compresenza di queste qualità. Per quanto riguarda la sostanza spirituale, Hume pensa che l'io garantisca l'ordine e l'unità alle sensazioni ma che nel momento della morte, questa annienti ogni percezione e che quindi l'io sia inconsistente.
Il filosofo scozzese pensa anche che l'assenza di certezze, tranne quelle matematiche, porti alle probabilità, ovvero delle conoscenza relative ai "dati di fatto" affidabili.
Hume sviluppa una sia prospettiva etica, una visione antidogmatica delle cose, flessibile a aperta alla conferma dei fatti. Per Hume i valori determinano un certo comportamento e la giustizia è la necessità per assicurare un'ordinata convivenza civile, di conseguenza la morale deve essere considerata come un sentimento sociale.
Inoltre Hume distingue tra l'essere e il dover essere, che ritiene sbagliato, in quanto si tratta di pretendere di poter dedurre dal piano descrittivo quello prescrittivo. Quindi il bene e il male devono essere identificati attraverso processi empirici e un "senso morale" esistente in tutti e condivisibile.
Il filosofo propone inoltre il fatto di rimanere moderati, in quanto nella vita concreta la filosofia esorta a non dimenticare il limite della ragione.
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